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Mar. Lug 23rd, 2024

Promuovere un consumo più sostenibile ed etico: è questo in sostanza il concetto che sta alla base del fenomeno “deinfluencer”, creatori di contenuti digitali che si stanno affermando in risposta a quegli influencer, la maggior parte, che lavora per sponsorizzare prodotti influenzando, appunto, i comportamenti d’acquisto dei consumatori.

Tra i deinfluencer più noti ed emergenti, ricorda Adnkronos, c’è sicuramente Derek Guy, noto anche come “il ragazzo dell’abbigliamento maschile” su X, scrittore e commentatore canadese di moda, che, come citato anche da Bloomberg, ha spiegato in una serie di 27 post la differenza tra un maglione di cashmere che costa 50 dollari e uno che potrebbe costare fino a 5.000. Guy sottolinea ovviamente che esistono grandi differenze in termini di qualità (morbidezza, elasticità, lunghezza del filato, longevità) tra i due capi, ma ne analizza gli impatti sull’ambiente e sul benessere degli animali comparandoli con il fast fashion.

Derek Guy sembra incarnare a tutti gli effetti il fenomeno dei deinfluencer, conseguenza della cultura degli influencer che sui social dicono ai loro follower cosa non comprare, rifiutano le tendenze del momento e il consumismo sfrenato o le leggi imposte dal marketing di massa. Spesso iniziano infatti i loro post e reel con la domanda con ‘Ne vale davvero la pena?’.

Un altro esempio è quello di Tanner Leatherstein, diventato virale su Instagram e TikTok usando le sue doti di artigiano e la sua conoscenza dei pellami per smontare borsette da migliaia di euro dichiarandone alla fine il reale valore. Nei video che pubblica usa taglierini, solventi, forbici e lime per distruggere e sezionare ogni singolo componente degli oggetti in questione, chiedendo ai consumatori se il prodotto vale davvero la cifra richiesta dal brand di lusso in oggetto.

Il fenomeno del deinfluencer non è nuovo al mondo dei social ma è emerso come trend un annetto fa. Anche Andrea Cheong, deinfluencer con oltre 390.000 follower su Instagram e TikTok mostra nei negozi come leggere le etichette di cuciture, fodere e materiali. Anche lo stesso Guy tenta sui social di scoraggiare il consumismo sconsiderato. Chissà se anche in Italia alcuni consumatori non inizino ad avere una visione più critica e consapevole in fatto di scelte.

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