Nei giorni scorsi Sally Davies, ex Chief medical officer (CMO) del governo inglese e responsabile delle politiche di salute pubblica, ha reso noto il suo rapporto di fine mandato secondo cui un bambino su tre a 11 anni è obeso, e per questo ha indicato una serie di azioni drastiche da introdurre quanto prima per cercare di invertire la tendenza. Su tutte, ha destato scalpore un’idea nuova: quella di vietare il consumo di alimenti e bevande sui mezzi di trasporto, a meno che non si tratti di acqua, di donne che allattano o di situazioni mediche certificate. Il suggerimento nasce da una constatazione: fino a pochi anni fa non si vedeva mai nessuno o quasi mangiare per strada o sui mezzi, mentre oggi è la regola, e anche questa pessima abitudine contribuisce a fare accumulare peso ai cittadini.

Accanto a questo ci sono poi altre misure, riassunte dalla BBC in un lungo articolo-intervista con l’esperta, tra le quali:

eliminare gradualmente qualunque tipo di pubblicità, promozione o sponsorizzazione per gli alimenti e le bevande non sani;
rendere disponibili nelle strade, nelle stazioni, negli edifici e nei luoghi pubblici e fuori dai supermercati dispenser di acqua gratuita;
organizzare regolarmente weekend senz’auto, che obblighino i partecipanti a fare attività fisica;
cambiare i regolamenti urbanistici in modo che sia più difficile aprire nuovi fast food;
estendere la sugar tax a tutte le bevande con latte;
imporre l’Iva su alimenti insalubri che attualmente non sono tassati, ad esempio le torte;
stabilire limiti delle porzioni dei ristoranti e degli alimenti pronti, per evitare che si assumano moltissime calorie senza rendersene conto (su questo torneremo tra un attimo);
valutare se introdurre un packaging del tutto neutro come per le sigarette, se le aziende non si conformeranno molto rapidamente alle indicazioni anti-obesità (molti studi dimostrano che per ora non lo fanno);
obbligare le scuole, gli asili e gli educatori registrati a dispensare solo acqua o latte.
Le indicazioni di Davies non rientrano in quelle già rese note dal governo nel 2018 e finalizzate a dimezzare i tassi di obesità entro il 2030 (un obiettivo che a molti sembra irraggiungibile), e suggeriscono un approccio molto più radicale al problema.

Del resto, continuano a essere pubblicati studi che sembrano darle ragione. Negli stessi giorni del rapporto, per esempio, i nutrizionisti dell’Università di Liverpool hanno pubblicato sul British Medical Journal i risultati della loro analisi di oltre mille piatti che non sono portate principali proposti da ristoranti popolari. Risultati che spiegano molto bene perché l’obesità continui ad aumentare in Gran Bretagna.

Gli autori hanno infatti verificato oltre 200 antipasti, 300 contorni e 470 dessert proposti in 27 catene di ristoranti con più di 50 punti vendita nel paese (21 classici e sei fast food tra i quali KFC, McDonald’s e Burger King), e hanno scoperto che in media un antipasto contiene 488 calorie, un contorno poco meno di 500 e un dessert 430. Si tratta di valori decisamente troppo elevati. Un cliente di solito, che di solito aggiunge a questi piatti il main course, supera le 600 calorie consigliate per ciascuno dei pasti principali. Infatti, il 24% degli antipasti, il 21% dei contorni e il 20% dei dessert, da solo, fornisce già più di 600 calorie.

Uno degli aspetti più preoccupanti è che quasi nessuno dei ristoranti visitati offre ai clienti una spiegazione chiara di ciò che stanno per ordinare, non obbligatoria.

Secondo gli autori, il quadro finale è inquietante perché mette sotto accusa anche i ristoranti, finora ritenuti migliori rispetto a locali fast food. Nessuna delle due tipologie – concludono – probabilmente cambierà atteggiamento fino a quando non sarà obbligata a farlo. Sally Davis la pensa allo stesso modo, e nel suo rapporto ha spiegato come aiutare i ristoratori. (Fonte Ilfattoalimentare)