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Lotta allo spreco alimentare. Cosa significa l’etichetta “Spesso buono oltre”? Lo spiega Andrea Segrè, direttore scientiifico Waste Watcher International

Nel decalogo delle buone pratiche #sprecozero occupa da sempre un posto di rilievo l’attenta lettura delle etichette, già al momento dell’acquisto del proprio cibo: non solo per essere certi di poter consumare tutto quello che stiamo comprando, ma anche per capire come smaltiremo quel che resta del prodotto e il suo packaging. D’altra parte, l’Osservatorio Waste Watcher International da sempre testimonia l’attenzione dei consumatori per le etichette alimentare: una consapevolezza andata crescendo nel tempo, visto che 8 cittadini su 10 (l’82% degli intervistati), secondo il Rapporto “Il caso Italia” 2023, chiedono di migliorare le informazioni impresse sull’etichetta dei prodotti in chiave di prevenzione antispreco.

Una settimana fa la svolta: la Commissione europea ha presentato agli esperti degli Stati membri una proposta di revisione delle norme sulla data di scadenza degli alimenti. Pesano certo i numeri dello spreco, anche a livello europeo: ben 57 milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno nel vecchio continente, 127 chili per abitante, per un costo di 130 miliardi di euro. Per questo adesso la UE cerca di superare il tradizionale «da consumarsi preferibilmente entro», per imboccare la nuova dicitura; «spesso buono oltre». Indicando che la data stampata sulla confezione rappresenta più un “suggerimento” che un limite tassativo. Le modifiche della Commissione Europea alle norme sulla data di scadenza erano state annunciate per la prima volta da Bruxelles nel 2020, nell’ambito della strategia Farm to Fork. È uno dei pilastri del Green Deal europeo per arrivare a un sistema alimentare più sostenibile e tagliare le emissioni di gas serra anche attraverso la riduzione dello spreco alimentare.

Le etichette sono da tempo al centro dell’attenzione UE dove il policromo Nutriscore, il cosiddetto sistema “a semaforo”, compete con il sistema Nutrinform di etichetta “a batteria” dei prodotti alimentari, risultato una delle due modalità più apprezzate dai consumatori internazionali in relazione alle abitudini di acquisto. Nutrinform ha toccato in Canada il più alto indice di gradimento (102) mentre Nutriscore ha riportato indici negativi in molti Paesi (con picchi di -109 in Italia e -94 in Canada). In ogni caso, il 75% degli intervistati ha dichiarato di utilizzare l’etichetta nel processo decisionale e di acquisto; una percentuale che in Italia, arriva al 78%, e in Spagna al 77%. I dati dimostrano quindi che le scelte di acquisto sono fortemente condizionate da quanto riportato sull’etichetta. In media, il 36% dei cittadini ha confermato che gradirebbe maggiori informazioni relative alla qualità dei singoli ingredienti, mentre il 49% vorrebbe più informazioni sulla loro provenienza (addirittura il 58% in Italia e Germania). Un’altra informazione a cui i consumatori sembrano prestare particolare attenzione è quella relativa alle informazioni nutrizionali (53%) e alle informazioni sugli ingredienti che possono causare allergie (51%). Emerge in modo chiaro come il consumatore dichiari di voler ricevere più informazioni sul cibo che acquista, soprattutto se queste ultime sono legate agli “effetti” che i prodotti potrebbero avere sulla salute. (Indagine “Le etichette fronte pacco in 7 Paesi: Nutriscore VS Nutrinform”, a cura dell’Osservatorio Waste Watcher International)

In questi giorni molti si chiedono se la proposta della Commissione europea di aggiungere nell’etichetta alimentare alla dicitura “da consumarsi preferibilmente entro” l’espressione “spesso buono oltre” sia effettivamente un modo per la riduzione dello spreco. Si tratta di una specifica per il cosiddetto “termine minimo di conservazione”, best before, nella dizione inglese. In effetti molti prodotti alimentari confezionati – pensiamo alla pasta, ai biscotti, allo scatolame – se adeguatamente conservati possono essere consumati anche oltre il termine indicato sulla confezione. Spesso, come dimostrato in diverse indagini dell’Osservatorio Waste Watcher sullo spreco alimentare domestico, il consumatore non è pienamente consapevole della differenza fra le due scadenze e ritiene che sia tutto da consumare entro. Specifica che invece riguarda i prodotti freschi come latte, mozzarella, yogurt. Nel bidone della spazzatura finiscono dunque molti alimenti che potrebbero essere ancora consumati, il cui totale in valore ammonta per l’Italia a 6,5 miliardi € secondo l’ultima rilevazione dell’Osservatorio Internazionale Waste Watcher 2023.

La nuova specifica aggiunge qualcosa al termine “preferibilmente”? Sì, forse per chi è in dubbio. Ma già l’avverbio è molto chiaro. In ogni caso la valutazione va fatta per singolo alimento. Il rischio è che le etichette già piene di informazioni, peraltro scritte in piccolo, confondano ancora di più. Basterebbe inserire, come la campagna Spreco Zero chiede da anni, l’educazione alimentare nelle scuole e chiarire la differenza fra le scadenze. Studenti, famiglie, insegnanti sono il miglior veicolo per una corretta informazione e interpretazione delle scadenze, in questo caso.

La buona notizia però c’è. Ma è un’altra. La bozza di proposta della Commissione, che deriva dall’impegno preso dalla strategia Farm to Fork del 2020, significa che non c’è ancora consenso su un’altra proposta sempre relativa alle etichette, che doveva finire in un pacchetto unico. Il riferimento è all’etichetta fronte pacco a semaforo, il cosiddetto Nutriscore. Questo si che avrebbe un impatto, e negativo, sulla consapevolezza dei consumatori attratti dal verde che significa via libera al consumo. L’algoritmo su cui si basa questa etichettatura, già utilizzata in diversi paesi europei come la Francia da dove origina, penalizza proprio gli alimenti base di una dieta sana e sostenibile come quella mediterranea. E non tiene conto della qualità nutrizionale dei componenti alimentari e delle porzioni rispetto alle esigenze di ogni singolo consumatore. Uno studio, in uscita a maggio per l’editore Castelvecchi che riporta l’indagine Waste Watcher International sui consumatori di 9 paesi nel mondo, dimostra chiaramente che questi preferiscono e capiscono meglio il sistema a batteria, come quello proposto dall’Italia (Nutrinform Battery), più chiaro proprio negli aspetti nutrizionali. Se la proposta non è entrata nel pacchetto vuol dire che se non si farà in tempo entro la legislatura che finisce nel 2024. C’è dunque più tempo per evitare che le etichette si riempiano di testo inutile e colorino ulteriormente, facendo gli interessi di chi non ha a cuore né lo spreco e neppure la salute dei consumatori.

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