Matteo Conti, CMO del Gruppo Amadori, racconta come è cambiata la comunicazione del Campese in 25 anni e anticipa le novità del 2027, tra campagne pubblicitarie, canali digitali e attività per spiegare ai consumatori la differenza tra pollo allevato a terra e all’aperto.
Il Campese Amadori festeggia 25 anni di attività con numeri che raccontano il peso economico della filiera del pollo allevato all’aperto. Le celebrazioni si sono svolte il 23 ottobre nell’Aula Magna dell’Università di Foggia, in un territorio in cui il Gruppo Amadori conta numerosi allevamenti. All’evento – cui ha voluto contribuire anche il Ministro Lollobrigida – erano presenti Flavio e Denis Amadori a capo di un colosso dal fatturato complessivo superiore a 1,8 miliardi di euro.


In occasione dell’anniversario, Matteo Conti, CMO del Gruppo Amadori, ci racconta il significato della ricorrenza per la comunicazione aziendale, il valore distintivo dell’allevamento all’aperto e le prospettive di crescita di una filiera che, in 25 anni, ha costruito una propria identità.
Matteo Conti, perché celebrare i 25 anni del Campese?
Il primo obiettivo è celebrare quella che è la filiera più importante in Italia del pollo allevato all’aperto e la seconda in Europa. È anche un modo per valorizzare una categoria di prodotto che ha caratteristiche particolari. Oggi la carne bianca è presente in molte diete grazie alla sua salubrità e al suo apporto proteico. Fornisce proteine di qualità, ricche di aminoacidi essenziali, importanti anche per la crescita e lo sviluppo muscolare. L’anniversario ci permette soprattutto di mettere in evidenza le peculiarità dell’allevamento all’aperto, che rappresenta una risorsa limitata. In Italia, infatti, gli allevamenti di questo tipo sono pochissimi e rappresentano solo una piccola percentuale del totale.

Qual è la differenza tra un pollo allevato a terra e uno allevato all’aperto?
È importante fare chiarezza, perché spesso si tende a confondere le due modalità di allevamento. In Italia, come nel resto d’Europa, i polli vengono allevati a terra, ma oltre il 95% è allevato al chiuso. Questa modalità consente anche di contenere alcuni rischi sanitari, in particolare quelli legati alle pandemie. Il Campese, invece, viene allevato a terra ma ha anche la possibilità di uscire all’aperto. È una caratteristica distintiva, perché non tutti gli allevamenti dispongono degli spazi e delle condizioni geografiche necessari per adottare questo sistema. Il Campese, insieme al pollo francese Label Rouge, è una delle poche realtà che rappresentano in modo riconoscibile questa tipologia di allevamento, legata anche al benessere animale e alla qualità del prodotto. Vogliamo dimostrare che anche la carne bianca può esprimere un’eccellenza in termini di qualità e gusto. Il Campese non è semplicemente un pollo: è un prodotto allevato all’aperto, con caratteristiche che si ritrovano anche nell’esperienza di consumo.

Quali sono i risultati raggiunti dal Campese in questi 25 anni?
I numeri raccontano un percorso di crescita importante. Il fatturato ha raggiunto i 72 milioni di euro, con un tasso medio annuo di crescita dell’8,3%, circa il doppio rispetto a quello dell’agroalimentare. Anche i volumi di produzione confermano il successo del progetto. Dal 2015, la produzione è cresciuta del 60%, con un incremento otto volte superiore alla media del settore. Sono risultati che dimostrano come il Campese abbia saputo costruire nel tempo una posizione distintiva sul mercato, valorizzando una filiera specifica e una proposta riconoscibile per i consumatori.

Quali prospettive vede per il mercato della carne bianca?
Le proiezioni sui consumi globali di carne bianca per i prossimi dieci anni indicano una crescita prevista del 4%. È uno scenario favorevole, in un contesto in cui il consumatore considera sempre più il cibo un elemento importante per il benessere e la longevità. La carne bianca può avere un ruolo significativo in questa evoluzione. Ci sono quindi i presupposti perché i consumi continuino a mantenersi solidi e a crescere. E la domanda di prodotti di alta qualità, come il Campese, ha buone prospettive. Un marchio come questo contribuisce anche alla reputazione di Amadori. Noi misuriamo il suo impatto sia dal punto di vista pubblicitario sia in termini di reputazione aziendale.
Come è cambiata nel tempo l’identità del Campese?
All’inizio il Campese aveva un’identità autonoma, sostanzialmente scollegata dal marchio Amadori. Nel tempo, il percorso si è evoluto e oggi i due marchi sono sempre più legati, pur mantenendo una caratteristica importante: il Campese viene prima degli altri elementi dell’identità aziendale. In occasione del venticinquesimo anniversario abbiamo voluto sottolineare alcuni aspetti distintivi. Il primo è il fatto che il Campese è stato ideato da Amadori prima di tutti gli altri prodotti della sua categoria. È la prima filiera italiana di questo tipo, sia per anzianità sia per rilevanza economica. L’altro elemento fondamentale riguarda la comunicazione.
Su cosa punta?
Vogliamo ribadire che allevamento a terra e allevamento all’aperto non sono la stessa cosa. È necessario fare cultura, perché nei supermercati capita spesso di trovare petti di pollo allevati a terra e lo stesso accade nei ristoranti. Il fatto che un pollo sia allevato a terra, quindi, non è di per sé un elemento distintivo. La vera differenza del Campese è che rientra tra i pochissimi prodotti provenienti da animali allevati realmente all’aperto. È questo il messaggio che vogliamo trasmettere, anche attraverso la comunicazione.

Quanto conta il gusto nel raccontare il prodotto ai consumatori?
Conta moltissimo, perché alla fine è uno dei principali motivi che guidano la scelta. Il Campese è allevato all’aperto e vogliamo che questa caratteristica sia immediatamente riconoscibile, non soltanto nelle informazioni sulla confezione, ma anche nell’esperienza di chi lo porta in tavola. Il gusto è il beneficio finale per il consumatore: è ciò che permette di percepire concretamente la differenza. Per questo la nostra comunicazione insiste sul fatto che il Campese non è un pollo qualsiasi, ma un prodotto allevato all’aperto.
Come si è evoluta la comunicazione pubblicitaria del Campese?
In questi 25 anni abbiamo costruito un percorso di comunicazione che ha accompagnato la crescita del prodotto e contribuito a renderne riconoscibile l’identità. Le campagne hanno raccontato la ricerca della qualità, le caratteristiche della filiera e il lavoro che c’è dietro al prodotto. Amadori ha investito in modo continuativo nella comunicazione del Campese, valorizzando non soltanto il marchio, ma anche la filiera e le qualità del prodotto. Non ci siamo limitati a parlare del pollo in quanto tale: abbiamo cercato di dimostrare che anche la carne bianca e le filiere agricole possono esprimere eccellenza qualitativa e gustativa. Il nostro obiettivo è far capire che dietro al Campese c’è un sistema produttivo specifico, con caratteristiche che lo distinguono dagli altri prodotti e che meritano di essere conosciute.

Quali novità in arrivo nel 2027?
Ci saranno sicuramente delle novità legate al Campese nel prossimo anno, sia sul fronte della comunicazione pubblicitaria sia sui canali digitali. Vogliamo continuare a spiegare le caratteristiche distintive del prodotto e sensibilizzare non soltanto i consumatori, ma anche la distribuzione. È importante che chi vende sappia distinguere l’allevamento all’aperto da quello al chiuso. Questa differenza deve essere compresa e raccontata correttamente, perché riguarda un sistema produttivo che ha costi diversi rispetto all’allevamento al chiuso. Comunicare queste caratteristiche significa aiutare sia chi vende sia chi compra a comprendere e giustificare il differenziale di prezzo. Il nostro impegno è continuare a fare cultura sul prodotto, valorizzando la filiera e il lavoro degli allevatori.
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