Mer. Ott 14th, 2026

Ecco cosa pensano gli italiani dei cibi ultraprocessati, tra etichette poco chiare, prodotti salutari e vita frenetica

Il dibattito sui cibi ultraprocessati si muove oggi sul filo di un doppio binario, diviso tra la tutela della salute e le reali esigenze di praticità della vita quotidiana. Ma quando si parla di questa categoria di alimenti, che cosa passa realmente nella mente dei consumatori e come orientano le proprie scelte a tavola?

Una risposta dettagliata arriva dall’indagine condotta da SWG, che fotografa il punto di vista degli italiani sui cibi ultraprocessati, tema sempre più al centro dell’attenzione pubblica.

Come gli italiani riconoscono i cibi ultraprocessati

Quando viene chiesto quali caratteristiche facciano pensare che un alimento appartenga a questa categoria, il campione individua tre fattori principali ben precisi. Per il 60% degli intervistati a pesare di più è la presenza di conservanti, coloranti, aromi o altri additivi, percentuale che sale al 62% tra la Gen X. A seguire, il 47% indica la produzione di tipo industriale, mentre il 37% punta il dito contro la presenza di ingredienti o sostanze che normalmente non si usano cucinando a casa, un’opinione condivisa dal 42% dei Baby Boomers.

Fattori come il contenuto elevato di zuccheri, grassi o sale o la lunghezza della lista degli ingredienti ottengono percentuali inferiori, rispettivamente intorno al 30% e al 24%. Sorprendentemente, incidono pochissimo il fatto che un prodotto sia confezionato, già pronto da scaldare o fortemente pubblicizzato da grandi marchi, elementi citati da quote comprese tra l’11% e il 6%.

Emerge inoltre un divario generazionale interessante: se Gen X e Baby Boomers guardano soprattutto agli ingredienti e alla lavorazione, la Gen Z sposta l’attenzione sulla lunga conservazione, su un gusto e una consistenza molto diversi dai prodotti naturali e persino sul confezionamento.

Confusione a tavola: dai prodotti salutari alle barrette proteiche

Di fronte a prodotti specifici presenti nei supermercati, la percezione dei consumatori mostra margini di grande incertezza. Esistono alimenti comunemente ritenuti più salutari o quotidiani per i quali la natura “ultraprocessata” crea forti dubbi.

Nel caso del minestrone surgelato, ad esempio, solo il 14% lo definisce tale, mentre il 37% ritiene che dipenda dagli ingredienti e dai processi di produzione, il 36% esclude che lo sia e il 13% non sa rispondere. Dinamiche simili si registrano per lo yogurt alla frutta (ritenuto ultraprocessato dal 41%, ma con un 29% che dice “dipende” e un 17% che nega), per l’hamburger fresco confezionato (21% di sì, 33% che lega la risposta al tipo di lavorazione e 33% di no) e per i cereali per la prima colazione (30% di sì, 37% di pareri condizionati dagli ingredienti e 18% di no).

I dubbi persistono anche per il pane integrale confezionato a fette (31% sì, 33% dipende, 22% no) e per il latte al cacao (32% sì, 33% dipende, 18% no). Le idee diventano invece molto più nette e consapevoli quando si sale verso prodotti percepiti come più complessi: il burger vegetale è considerato ultraprocessato dal 45% del campione, mentre la barretta proteica raggiunge il 54%.

La consapevolezza si scontra con la frenesia quotidiana

La necessità di prestare attenzione a ciò che si mangia è ampiamente condivisa: il 56% degli italiani è del tutto d’accordo sul fatto che sarebbe preferibile limitare i cibi ultraprocessati il più possibile nella propria alimentazione, con punte del 58% tra le donne e del 76% tra i Baby Boomers.

Tuttavia, la teoria deve fare i conti con la pratica di tutti i giorni. Per un terzo degli intervistati (33%) questi prodotti sono ormai così diffusi che risulta difficile evitarli completamente, e il 23% ammette che rappresentano una soluzione pratica indispensabile quando si ha poco tempo. Tra i più giovani della Gen Z, la ricerca di praticità e convenienza si fa ancora più marcata: il 30% li sceglie perché permettono di avere sempre qualcosa di pronto e disponibile, il 29% li considera una scelta economica conveniente e il 23% vi ricorre per piacere o gratificazione personale.

Nel quadro generale, emergono motivazioni complementari: il 17% li usa perché facilitano la vita quotidiana pur sapendo che non sono la scelta ideale, un altro 17% li sceglie per puro piacere o gratificazione, il 16% li apprezza per la convenienza economica e l’11% ritiene che siano spesso demonizzati più del necessario, sottolineando che a contare davvero sia quanto e come vengano consumati.

Quali misure piacciono agli italiani e quali no

Quando si passa a valutare possibili interventi istituzionali per ridurre il consumo eccessivo di questi alimenti, il consenso popolare si distribuisce in modo netto.

La richiesta di trasparenza batte ogni altra misura: il 69% degli intervistati (e il 76% dei Baby Boomers) è del tutto d’accordo nell’obbligare i produttori a indicare chiaramente sulla confezione se un prodotto rientra nella categoria degli alimenti ultraprocessati. Netto favore anche per l’introduzione di limiti alla presenza di questi cibi nelle mense scolastiche, sostenuta dal 69% del campione (con picchi del 75% tra i Baby Boomers e del 64% tra le donne).

Il 58% approva la richiesta di rendere più semplici e comprensibili le informazioni sulla composizione dei prodotti, percentuale che sale al 69% tra i Baby Boomers. Altrettanto condivisa (57%) è la proposta di introdurre limiti più stringenti all’impiego di specifici additivi, edulcoranti ed esaltatori di sapidità. Il 48% guarda con favore a limiti sulla pubblicità rivolta a bambini e adolescenti.

L’unica misura che non convince e raccoglie minor consenso è l’introduzione di una tassazione specifica finalizzata a rendere i prodotti ultraprocessati più costosi: a dirsi del tutto d’accordo è appena un terzo degli italiani (33%), con una quota leggermente superiore (39%) registrata tra i Baby Boomers.

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