Luigi Veronelli, enologo e gastronomo di fama internazionale, di cui domani, martedì 2 febbraio, ricorre il centenario della nascita, ha rivoluzionato la critica enogastronomica italiana. La sua opera fu determinante per valorizzare vini, cibi e territori, promuovendo la cultura del gusto come forma di conoscenza e piacere. Fu, allo stesso tempo, giornalista, editore, scrittore, divulgatore, presentatore televisivo: un intellettuale poliedrico che trasformò la gastronomia e l’enologia da semplici piaceri del palato a discipline culturali e sociali, insegnando a intere generazioni a guardare, assaporare e comprendere il mondo attraverso ciò che si mangia e si beve.
Cresciuto a Milano – ricorda Adnkronos – in una famiglia benestante, Luigi Veronelli nacque il 2 febbraio 1926 e fin da bambino respirò il culto della buona tavola: il giorno della prima comunione il padre gli permise di assaggiare il vino, pronunciando parole indelebili: “Il vino va bevuto con rispetto, perché dentro c’è la fatica dei contadini”. Quel messaggio, combinazione di piacere e responsabilità, segnò tutta la sua vita e la sua visione della gastronomia.
Dopo gli studi classici, Veronelli iniziò ingegneria chimica per volontà paterna ma poi, lasciata l’azienda di famiglia alla morte del padre, si iscrisse a filosofia alla Statale di Milano, dove divenne assistente di Giovanni Emanuele Bariè fino al 1956. Sempre nel 1956 fondò la Veronelli Editore, casa editrice eclettica che pubblicava testi di filosofia, narrativa francese del Settecento, poesia, sport e gastronomia. Tra i suoi autori vi erano ribelli e provocatori come il Marchese de Sade, Anatole France e Proudhon. L’attività editoriale lo mise spesso a confronto con la censura: il processo per il libro “Storielle” di de Sade, con i disegni di Alberto Manfredi, fu una vicenda clamorosa che si concluse con condanna mai scontata e con il rogo del volume nella Questura di Varese. La casa editrice pubblicò anche tre riviste: “I Problemi del Socialismo”, “Il Pensiero” e “Il Gastronomo”, testate che esprimevano la sua visione di cultura totale, vivace e rigorosa. Fu proprio “Il Gastronomo” a consacrarlo come voce autorevole nel mondo della gastronomia, con frasi memorabili: “Solo la gente volgare giudica la gastronomia una disciplina volgare e la crede rivolta all’unica soddisfazione dell’appetito”.
Due incontri furono decisivi: Luigi Carnacina, maître leggendario, gli trasmise competenze tecniche sulla cucina e sugli abbinamenti gastronomici, e Italo Pietra, direttore de quotidiano “Il Giorno”, lo lanciò nel giornalismo. In redazione Veronelli conobbe Gianni Brera e Mario Soldati, stringendo legami che avrebbero segnato profondamente il suo stile, aulico e immediato insieme.
Il suo esordio come scrittore avvenne con “I vini d’Italia” (1961), un libro che per la prima volta codificava il patrimonio enologico italiano, parlando di ‘cru’ e basse rese con approccio scientifico e poetico insieme. Seguì “Alla ricerca dei cibi perduti” (1966), narrazione tra ricette antiche, segni zodiacali e incontri memorabili, dove Veronelli raccontava la sua visione della gastronomia come esperienza culturale totale.
Negli anni Settanta diresse “Vini&Liquori”, testata ricordata per coraggiosi reportage su frodi e sofisticazioni alimentari, tra cui quello sulla Coca-Cola del 1977 che portò al sequestro della bibita in tutta Italia. La televisione ne aumentò ulteriormente la popolarità: inizialmente diffidente, partecipò sugli schermi Rai a “Colazione allo studio 7″(1971-74) e “A tavola alle 7” (1974-76), dove con Ave Ninchi formò uno dei duo televisivi più amati. Realizzò anche il “Viaggio sentimentale nell’Italia dei vini” con Nichi Stefi, documentario sulla viticoltura contadina e denuncia alle leggi industriali sfavorevoli, con aforismi memorabili come: “Il peggior vino contadino è migliore del miglior vino d’industria”.
Gli anni Ottanta e Novanta furono caratterizzati da una produzione instancabile: guide gastronomiche, enciclopedie a dispense sui vini e sulle acqueviti del mondo, ritratti dei grandi vignaioli storici e riviste come “L’Etichetta”, vero compendio estetico e culturale della vita materiale. Fondò il Seminario Permanente Luigi Veronelli, promosso per diffondere la cultura del vino e degli alimenti, e ideò le Denominazioni Comunali (De.Co.), tutelando le produzioni locali e contadine, spesso opponendosi a multinazionali e monopoli, fino a clamorose azioni pubbliche come l’occupazione del porto di Monopoli.
Veronelli fu anche fotografo, designer e consulente di progetti multimediali e culturali, collaborando con Alessi, il Poligrafico dello Stato e diverse testate internazionali. Coniò neologismi, aforismi e concetti rimasti nella memoria collettiva: “Vino da meditazione”, “acquadipiatt”, “giacimenti gastronomici”. La sua idea di anarchia era sinonimo di disobbedienza civile, libertà e responsabilità: “L’uomo che si dedica alla qualità della vita materiale, nel rispetto dell’altro, è un giusto”.
La sua eredità resta viva nelle scuole, nelle vie, nelle piazze, nelle guide gastronomiche e nelle produzioni locali, che continuano a incarnare qualità, autenticità e passione. Luigi Veronelli scomparve il 29 novembre 2004, dopo una carriera lunga quasi cinquant’anni e sempre al vertice. Ancora oggi, a cent’anni dalla nascita, il suo nome è simbolo di curiosità, libertà e cultura del gusto.

