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Lun. Feb 16th, 2026

L’Ospitalità è il plugin che rende umana ogni impresa

Federico Menetto
Federico Menetto

Federico Menetto, autore di “99+1. Per l’Ospitalità” edito da Maretti Editore. Già amministratore delegato del Caffè Pedrocchi a Padova, oggi collabora con grandi aziende per rafforzare il concetto di Ospitalità. Lo abbiamo ritrovato dopo averlo visto al Mercato Centrale, allo Stadium della Juventus, nelle ristorazione universitaria di Camplus, a fianco di Francesco Illy e alle prese con audaci Startup con collaborazioni incredibili. Se ricercate il suo nome sulla rete lo trovate legato a un sacco di iniziative di valore e sempre con grande impatto. Ha raccontato la sua dieta per i 50 anni al mondo intero e condiviso gli obbiettivi raggiunti per coinvolgere i suoi coetanei ad una riflessione profonda su benessere e longevità.

Federico Menetto, libro

Il suo non è mai uno storytelling sterile ma trasforma le parole in azioni concrete, coinvolgendo e creando valore.

Questa opera testimonia il suo network pazzesco e le idee chiare sull’Ospitalità da Paolo Cevoli a Farinetti, da Jordi Roca a Arrigo Cipriani, passando per due mostri sacri Mauro Porcini e Will Guidara. Un libro imperdibile, siamo felici di averlo raggiunto e potuto intervistare in anteprima.

Federico Menetto
Federico Menetto

Federico, partiamo dall’inizio. Perché hai scritto questo libro?

Perché c’è una verità antica, sempre attuale: quando metti insieme menti, esperienze e sensibilità diverse, il risultato è migliore di qualunque visione solitaria. “99+1” nasce dall’idea che l’ospitalità sia un fatto collettivo, non individuale. E ci voleva una opera collettiva con 99 persone che hanno contribuito. È un sapere che cresce solo se viene condiviso.

Nel tuo lavoro, come utilizzi concretamente il concetto di ospitalità?

Parto sempre da dentro. Accolgo prima le persone che lavorano con me. Perché solo chi si sente accolto può davvero accogliere gli altri. Oggi il cliente non è solo chi compra: è chi vive un’esperienza. L’ospitalità è il passaggio dal transazionale al relazionale.

Parli spesso di ospitalità come postura, non come tecnica. Cosa significa?

L’ospitalità non è gentilezza di facciata. È una postura. Un modo di stare davanti all’altro. Non ha etichette. Se fossimo davvero ospitali, saremmo naturalmente inclusivi, senza proclami.

Nel libro compaiono voci molto diverse tra loro. Perché proprio queste persone?

Ci ha colpito Mauro Porcini, Will Guidara, Arrigo Cipriani, Simone Annese, Roberto Pellegrini, Oscar Farinetti e Paolo Cevoli e Alessandro Pipero. Effettivamente tutti gli interventi hanno un senso. Non sono “nomi”. Sono persone che, in modi diversi, hanno scelto di mettere l’altro al centro. Hanno lavorato su un tema importante e lo hanno sintetizzato.

Nel libro ci sono anche molte donne. Perché era importante renderle visibili?

Perché l’ospitalità è fatta di sensibilità, ascolto, visione. E queste qualità non hanno genere, ma spesso sono state raccontate meno quando portate da donne. Nel progetto entrano, con voce propria: Chiara Maci, per la capacità di tenere insieme quotidianità e visione. Gisela Schneider da conoscere per comprendere che spesso l’Ospitalità parte con uno sguardo Stefania Moroni, la storia della ristorazione italiana Sabrina Dallagiovanna, per la concretezza imprenditoriale e come i suoi progetti guardano all’unicità del cliente/ospite Cristiana Poggio, per la capacità di leggere contesti complessi. Non quote rosa. Sguardi necessari, fondamentali.

Che ruolo ha il Manifesto dell’Ospitalità nato con Callebaut, Alma e Afa?

È il terreno da cui questo libro germoglia. Unire prodotto, formazione e spazio. Tre mondi diversi che scelgono di parlare la stessa lingua culturale: l’ospitalità come valore sistemico, non come funzione. Il libro continua quella traiettoria. Non chiude un discorso. Lo apre.

L’identità visiva del libro è molto riconoscibile. Un ringraziamento?

Sì. Un grazie a Gianluca Cannizzo, che ha curato grafica e design del progetto. Se non sbaglio, è lui ad aver dato forma visiva a questa idea di ospitalità: segni semplici, umani, riconoscibili. Perché anche lo sguardo vuole la sua parte di accoglienza.

Cosa vuoi che resti al lettore dopo l’ultima pagina?

Un cambio di sguardo. Se torna al suo lavoro e guarda le persone prima delle procedure, allora il libro ha fatto il suo dovere. L’ospitalità non è una funzione. È un modo di stare nel mondo.

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