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Dom. Gen 18th, 2026

Il costo nascosto del cibo rivelato dall’indice ISFA: fino a +65% per yogurt, pasta e pomodoro

L’Indice ISFA, sviluppato da Up2You su commissione di Gruppo Food, monetizza gli impatti sociali e ambientali delle filiere agroalimentari italiane.

Quanto costa davvero lo yogurt al chilo? Non 4 euro, come recita l’etichetta, ma 6,61: il 65% in più, una differenza che non paga il consumatore alla cassa ma la collettività, sotto forma di spese sanitarie, degrado del suolo, perdita di biodiversità. La pasta, simbolo della dieta mediterranea, presenta un costo nascosto del 42% in più, mentre la passata di pomodoro – eccellenza del Made in Italy – arriva al +53% per effetto soprattutto del consumo idrico.

A rivelarlo è l’Indice di Impatto Socio-ambientale delle Filiere Agroalimentari (Indice ISFA) , sviluppato dal Centro studi Up2You, su commissione di Gruppo Food e presentato durante la nuova edizione di Food Social Impact 2025: il primo indicatore che monetizza sistematicamente i costi nascosti della filiera alimentare, articolandoli in tre pilastri – Ambiente, Nutrizione e Persone. Basato sul framework del True Cost Accounting, l’indice ISFA traduce in valore economico gli impatti ambientali e sociali dei prodotti che ogni giorno finiscono nei carrelli della GDO.

Non si tratta di un semplice esercizio teorico. L’indice rende comparabili in euro gli effetti di diete poco salutari, lo sfruttamento delle risorse naturali e le condizioni di lavoro lungo le filiere. In questo modo, offre a imprese, retailer e decisori politici uno strumento concreto per orientare strategie di sostenibilità e trasformare il “debito ambientale e sociale” in opportunità di innovazione e competitività.

L’indice ISFA mostra inoltre una chiara distinzione tra filiere più complesse ed energivore, come latticini e carni, e filiere più corte e virtuose. I piselli surgelati, ad esempio, evidenziano un costo nascosto di soli 0,80 €/kg – pari al 20% del prezzo di scaffale – posizionandosi tra i prodotti più sostenibili.

“Ogni alimento ha un prezzo reale più alto di quello pagato alla cassa. La differenza, oggi, la stiamo pagando come collettività e in parte la pagheranno le generazioni future. Rendere visibili questi costi nascosti significa fornire al settore agroalimentare – e alla politica – gli strumenti per trasformare il problema in opportunità”, dichiara Alessandro Broglia, Chief Sustainability Officer di Up2You.

I risultati dell’Indice di Impatto Socio-ambientale delle Filiere Agroalimentari di sono stati presentati in anteprima nazionale a Food Social Impact 2025, l’evento annuale organizzato da Gruppo Food e dedicato quest’anno a “True food cost accounting: misurare l’impatto per governare il cambiamento nella filiera agroalimentare”.

Durante la giornata, figure di riferimento dell’industria e della distribuzione si sono confrontate sulla sfida comune: ridurre gli effetti negativi lungo la filiera e costruire modelli di crescita più equi e resilienti. L’Indice ISFA non è solo una fotografia dello stato attuale, ma diventa uno strumento pratico a disposizione di aziende e retailer, utile a orientare le strategie e a supportare decisioni più consapevoli lungo tutta la catena del valore.

Dentro i numeri: l’applicazione dell’Indice ISFA alle sette filiere

I risultati mostrano il divario tra il prezzo di mercato e il costo reale dei prodotti analizzati. Per la filiera lattiero‑casearia (yogurt), l’ISFA ha quantificato un costo esterno di 2,61 €/kg, che porta a un aumento del prezzo reale del 65% rispetto al prezzo di vendita; le voci più rilevanti sono le emissioni di gas serra, il benessere animale e la salute e sicurezza dei lavoratori. Nella pasta, l’extra costo raggiunge 0,68 €/kg (+42%), dovuto soprattutto alle emissioni durante la fase di essiccazione e al consumo di acqua blu. Anche i piselli surgelati presentano costi nascosti (0,80 €/kg), ma l’aumento percentuale è più contenuto (circa 20%), grazie a impatti relativamente modesti su tutte le dimensioni. Per la passata di pomodoro l’esternalità è di 1,48 €/kg, con un incremento del prezzo reale del 51 %, dovuto all’impatto sulla biodiversità, all’uso idrico e alle condizioni di lavoro lungo la filiera. Il pane bianco registra un costo esterno di 1,56 €/kg, con un incremento del 52%, legato soprattutto all’impatto sulla biodiversità e all’eutrofizzazione da fertilizzanti. Nel prosciutto cotto, il costo nascosto supera i 4,50 €/kg, mentre l’aumento relativo è più contenuto, anche per effetto del prezzo di partenza già elevato; le voci dominanti sono il benessere animale, le emissioni e l’eutrofizzazione dei mangimi. Infine, nel caso delle banane tradizionali l’extra costo è 0,82 €/kg (+32%), imputabile a eutrofizzazione, emissioni e condotta etica lungo la filiera. I dati utilizzati in questo studio sono dati medi di settore, provenienti da letteratura scientifica, e riflettono pertanto uno spettro molto ampio di aziende con performance di sostenibilità eterogenee. Adottare pratiche virtuose permette di posizionarsi meglio rispetto alle medie di settore, come dimostrato dal caso Altromercato, le cui banane presentano un costo nascosto di 0,52 €/kg (+19%), inferiore rispetto alle banane della filiera convenzionale di ben 0,30 €/kg.

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