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Le aziende non trovano dipendenti? Perché offrono stipendi bassi e contratti precari, secondo Ipsos-Legacoop

Perché le imprese non trovano oltre un terzo dei lavoratori che cercano? Perché offrono stipendi bassi e contratti a tempo determinato. Una risposta fin troppo semplice, quella che arriva dal rapporto “FragilItalia” di Legacoop e Ipsos, condotto sulla base di un sondaggio su un campione rappresentativo degli italiani.

E’ quanto scrive Repubblica nell’articolo che segue.

Ben il 65% degli intervistati, percentuale che arriva al 73% tra gli over 50, indica nel disallineamento tra domanda e offerta di lavoro gli stipendi bassi, mentre si ferma al 49% la quota di chi pensa che la causa siano i contratti a tempo determinato, che non garantiscono continuità lavorativa. C’è anche però un 35% che ritiene che chi cerca lavoro sia troppo esigente e non sappia adattarsi alle condizioni reali del mercato.

A certificare il crescente mismatch del mercato del lavoro anche l’ultimo rapporto Unioncamere-Anpal, che certifica da un lato l’esplosione della domanda di lavoro, solo a maggio le imprese cercano 444 mila lavoratori, ma una difficoltà di reperimento che supera in media un terzo delle richieste (38%). Non si tratta solo degli stagionali del turismo, problema sorto alla ribalta negli ultimi giorni perché il settore è in piena ripresa e assorbe una parte maggioritaria della domanda di lavoro, ma anche di informatici, ingegneri, operai, tecnici, persino per i dirigenti ci sono difficoltà di reperibilità molto alte.

Difficoltà che, secondo l’indagine Ipsos-Legacoop, si potrebbero superare facilmente con offerte migliori di lavoro: “Da un lato il lavoro continua ad essere una grande preoccupazione per gli italiani, con l’esigenza di stabilità e sicurezza ben salde al primo posto. – osserva il presidente di Legacoop, Mauro Lusetti – Sotto, però, emergono attese per un lavoro di qualità, che lasci spazio alla vita personale e famigliare, che si adatti alle nuove possibilità offerte dalla tecnologia. Tra le fratture che continuano a evidenziarsi, la più preoccupante è quella tra cittadini e imprese, che va affrontata subito. È ovvio che i cittadini attribuiscono le colpe della questione salariale, ormai palese, al tessuto produttivo”. Insomma, conclude Lusetti, “l’Italia ha bisogno non solo di lavoro, ma di buon lavoro; non di economia, di buona economia”.

Quasi la metà degli intervistati ritiene che il salario minimo darebbe un importante contributo a un miglioramento dei salari: a chiederne l’ntroduzione è il 45% degli intervistati, con un incremento di 5 punti percentuali rispetto all’analogo sondaggio condotto 6 mesi fa. Inoltre il 39% ritiene che lo Stato dovrebbe incentivare il ritorno delle imprese italiane che avevano delocalizzato le produzioni, il 33% chiede di disincentivare i contratti a tempo determinato, il 26% norme che facilitino il passaggio da lavoro a lavoro. La richiesta di salario minimo è più alta del dato medio tra gli under 30 (49%) e nel ceto popolare (47%). Gli over 50 registrano le percentuali più elevate nella richiesta di incentivare il reshoring delle imprese italiane (47%) e di disincentivare i contratti a termine (38%).

La stabilità del lavoro è al primo posto per il 40% degli intervistati, posizione che spiegherebbe anche le enormi difficoltà di alberghi e ristoranti di trovare in questo momento lavoratori stagionali: non c’è nulla di meno continuativo del lavoro stagionale, soprattutto con le difficoltà sopravvenute negli ultimi due anni, con la pandemia. Il 39% mette al primo posto il trattamento economico, e al terzo posto, comunque con una quota del 30%, si attesta la disponibilità di tempo libero e di orari flessibili.

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TM

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